Tutte le forme imprenditoriali hanno bisogno di un sentimento che le guidi verso una forma esclusiva di proporsi al mercato. Molto spesso chi non ha avuto modo di mettersi in evidenza in un’azienda di altri a dispetto ed in virtù delle sue idee che ritiene vincenti, decide di rischiare ed investire sulle proprie capacità, dando vita ad una struttura che possa soddisfare la sua necessità di rispondere ai bisogni con le proprie soluzioni. Non sempre queste imprese hanno successo, ma rimane lo spirito di rompere gli schemi, di proporre qualcosa di diverso, di mettere a frutto le proprie conoscenze o di seguire le proprie intuizioni, così da arricchire il mercato di un nuovo prodotto, di una nuova idea, di qualcosa di diverso. Scarica l’articolo in formato pdf, compresso con winzip:
Quella che segue è una riflessione di Sergio Francioli, presidente del Gruppo Piccola Industria, un ritratto dell’impresa che può riconoscersi nella Piccola Industria. Un ritratto appassionato, che nasce dall’esperienza personale, dalla conoscenza del luogo in cui si opera, dalla passione per ciò che si fa, e, soprattutto, dalla consapevolezza della forza che nasce dallo stare uniti.
In questa fase il protagonista non è aiutato da nessuno e quasi sempre non ha neppure l’esperienza necessaria per affrontare gli ostacoli, ostacoli di cui, spesso, non è neanche a conoscenza, perché non si è mai trovato a doverli affrontare. Le istituzioni, che dovrebbero essere di supporto ed aiuto a chi ha il coraggio delle proprie azioni, quasi “cullarlo”, come si fa con un figlio in cui crediamo, e sul cui futuro siamo certi di poter scommettere, con molto populismo lo trattano come se si fosse montato la testa: “che crede di fare” oppure “chi crede di essere”, sono i commenti della società in risposta ad un atto di coraggio che parte da un istinto comune agli uomini di tutto il mondo. Un desiderio di fare, agire, crescere, migliorare, primo motore del progresso, e del cambiamento. Forse non c’è tempo per riflettere a sufficienza e non ci soffermiamo ad analizzare quanta formazione sia necessaria ad una persona, benché istruita, per poter sopravvivere alle difficoltà che gli si parano davanti, se ha deciso di “fare da sé”.
Questo eroe è lasciato solo da tutti, anche dalle organizzazioni imprenditoriali. Per fortuna ci sono delle eccezioni, ed una di queste è certamente la nostra Associazione. Ci siamo impegnati per oltre quattro anni, nel cercare di trovare un modo per offrire supporto e conoscenza imprenditoriale ai giovani. Alla fine il nostro impegno ha visto un importante risultato: l’Associazione Industriali Toscana, nelle sue articolazioni dei Giovani e della Piccola Industria, ha una proposta concreta, i “corsi di allenamento”, concepiti per far sì che si possa, noi stessi, essere gli allenatori della nostra squadra aziendale.
Dare una forma razionale e corretta alla formazione imprenditoriale è indispensabile, in un mondo sempre più competitivo ed esigente. Le antiche diatribe figlie di certi retaggi culturali che definivano l’imprenditore come “sfruttatore dei propri dipendenti” o “ladro” nei confronti del Fisco, hanno causato una grande perdita di tempo (e quindi di sviluppo), ed hanno fatto dimenticare che senza impresa non c’è civiltà, non c’è emancipazione, non c’è cultura democratica: l’impresa, e l’industria nello specifico, è, per sua stessa definizione, tesa al confronto, allo sviluppo, alla competitività e quindi al miglioramento. L’alternativa è lo statalismo, il feudalesimo, la baronia, tipica di chi pone ai posti di comando solamente chi appartiene alla stessa corrente di pensiero, alla stessa “barca”, non per merito, ma solamente perché sotto la loro egida.
Il piccolo imprenditore invece “tira la carretta” con le proprie forze, e qualche volta è costretto ad accasciarsi sotto il peso delle proprie responsabilità. Sarebbe importante che si diffondesse, nella società tutta, la consapevolezza che non può essere considerata come negativa la volontà di farcela con le proprie forze, tipica del piccolo imprenditore, in quanto l’atteggiamento che ne è alla base onora le virtù di cui godiamo in quanto uomini e sviluppa le doti, dopodiché se l’albero è buono darà buoni frutti. Non capire o peggio avversare la ricchezza che è insita in chi decide di affrontare questa avventura, è atto di invidia se non di cattiva coscienza.
Noi come piccoli imprenditori possiamo dare testimonianza della fatica che facciamo; forse una nostra migliore organizzazione permetterebbe una maggiore comprensione da parte di chi è al di fuori da questo mondo, ma è necessaria anche una cultura che non demonizzi chi ha deciso di portare un proprio contributo alla ricchezza del paese. Nel parlare di questo atteggiamento evolutivo dell’impresa, non posso certo riferirmi a presunti “colleghi” titolari di aziende molto importanti passate recentemente alla cronaca per le false ricchezze e gli scandali degli ultimi tempi che hanno coinvolto le borse di tutto il mondo. In quel caso sono state evidenziate le ricchezze virtuali, che sono un danno per chi lavora. Mi riferisco, in particolare, a chi costruisce attrezzature, prodotti reali che hanno la possibilità di essere misurati per il loro peso, la loro lunghezza, il loro spessore, cose che tutti possono fare e non solamente i grandi maghi della finanza.
Una squadra vince se ci sono gli uomini, le tecnologie e le competenze, come in Formula 1. Poi, con l’allenamento e l’impegno, si può crescere, dare forma, strutturarsi e aprire nuovi orizzonti.
• Piccola impresa, ritratto tra ombre e luci