PER LE IMPRESE - Lavoro e Previdenza
La settimana corta non può essere la cura
Dichiarazione di Alberto Bombassei vicepresidente per le relazioni industriali.

“Apprezzo l’attenzione per la proposta del Cancelliere tedesco Angela Merkel sulla riduzione della settimana lavorativa a salvaguardia dei livelli occupazionali. E’ Pierre Carniti, all’epoca segretario generale della Fim-Cisl, che lancia lo slogan del “lavorare meno per lavorare tutti”. Ma lo fa negli anni 70 non per far fronte a situazioni di crisi bensì per aumentare l’occupazione. È una ricetta che, oggi come allora, può andar bene per situazioni di crisi ma non può essere né l’unica né la cura per tutti. In Italia abbiamo un sistema di ammortizzatori sociali che consente di assecondare i momenti di crisi e sono gli altri paesi ad “invidiarcelo”.

Così Alberto Bombassei, vicepresidente Confindustria per le Relazioni industriali commenta la proposta di rilanciare anche in Italia la “settimana corta”. La possibilità di ridurre l’orario settimanale anche di poche ore o di pochi giorni, esiste – a ben vedere – sin dagli anni 40. Ed è la cassa integrazione. Uno strumento che poi, con accordi fra le parti sociali e successivi interventi legislativi, si è andato evolvendo e perfezionando nel corso di tutti questi anni.
Nell’opinione pubblica si è perso – fortunatamente – il ricordo di quanto abbiamo passato negli anni 80, con fasi di grandi ristrutturazioni e crisi aziendali o settoriali che hanno portato a picchi di intervento della CIG tra i 300 ed i 600 milioni di ore autorizzate. È appunto in quegli anni - con la legge del 1984 - che è stato introdotto l’ulteriore meccanismo di sostegno al reddito in caso di orari ridotti attraverso l’istituto dei “contratti di solidarietà”. Nel 1991, con la legge di riforma della cassa integrazione, questi strumenti sono stati ulteriormente perfezionati adottando anche il criterio della cassa integrazione “a rotazione”.
Oggi la prospettiva è diversa, nel senso che si deve pensare ad aiutare il sistema produttivo a superare questo periodo di difficoltà contenendo al massimo le ricadute sui livelli di occupazione. E bisogna capire quali sono gli strumenti migliori per evitare che la crisi produttiva determini non solo perdita di occupazione con conseguente riduzione di redditi ma, soprattutto, perdita del patrimonio professionale, che è il primo asset delle imprese.
Per questo, dobbiamo valorizzare tutti gli strumenti che mantengono i lavoratori in azienda anche per periodi ridotti nella settimana o nel mese (attraverso cig ad orario ridotto, cig a rotazione, contratti di solidarietà), semplificando ed accelerando le procedure e prevedendo nuovi stanziamenti per incrementare le prestazioni a favore dei lavoratori. Il perno sul quale tutta questa operazione deve ruotare rimane il collegamento, essenziale e imprescindibile, fra strumenti di sostegno del reddito del lavoratore e obbligo di formazione. Tutti gli occupati, a maggior ragione chi si trova in aziende in difficoltà, devono essere formati per aumentare il livello della propria “occupabilità”. Deve essere formazione vera e non generica. Confindustria, con Fondimpresa, il fondo gestito insieme a Cgil, Cisl e Uil, ha già deciso di favorire la formazione per i cassintegrati, e sulla base del decreto legge anticrisi, sta studiando nuove iniziative anche per i lavoratori che oggi non sono destinatari della formazione finanziata da Fondimpresa.
Dobbiamo migliorare gli strumenti esistenti introducendone anche di nuovi per i lavoratori che ne sono privi in tutto o in parte. Penso in primo luogo ai lavoratori con contratto a termine per i quali – a determinate condizioni – oggi scatta il meccanismo di indennità di disoccupazione anche con copertura ai fini pensionistici. Probabilmente queste condizioni andranno riviste e migliorate pur in una logica di eccezionalità e quindi di temporaneità dell’intervento. Per gli apprendisti, con la stessa logica, occorrerebbe prevedere tutele ordinarie e quindi la possibilità di intervento della cassa integrazione ed anche dell’indennità di disoccupazione.
Un’attenzione specifica deve essere rivolta ai lavoratori interinali per i quali dovrebbero essere trovate soluzioni uniformi fra tutti i comparti produttivi, anche innovative – sempre eccezionali e temporanee - sia considerando quando il lavoratore è “in missione” in una azienda in crisi sia nel momento in cui questo rapporto cessa naturalmente.
Oltre al tema degli ammortizzatori sociali non possiamo dimenticare anche il ruolo che potrebbe svolgere la contrattazione collettiva nell’affrontare una crisi come questa. Non c’è dubbio che la maggior parte dei problemi saranno affrontati direttamente fra le parti nelle singole aziende. Questo vuol dire che sarebbe utile poter avere maggior flessibilità nel rivedere le condizioni stabilite nei contratti di lavoro nazionali ed aziendali. Ma oggi questo non è sempre possibile. Nel nostro documento sulle Linee Guida per la riforma della contrattazione collettiva, questi principi sono presenti proprio per favorire, in tutte le situazioni di crisi aziendale, l’individuazione delle soluzioni più adeguate anche con accordi “in deroga”. Talvolta, però, i “tempi sindacali” purtroppo non coincidono con i “tempi dell’economia”. Siamo ancora in tempo per intervenire. Mi auguro di poterlo fare con l’intesa di tutti.

dicembre 2008




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