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Colaninno: più coraggio, per far ripartire l’Italia

Intervista a Matteo Colaninno, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori. Il momento è difficile, osserva Colaninno, ma non mancano gli elementi di speranza. Tra questi, una categoria di giovani imprenditori emergenti protagonisti di un ricambio generazionale decisivo per il futuro del nostro sistema produttivo.

Nel suo intervento a Santa Margherita Ligure ha esordito evidenziando che siamo di fronte ad una “curva della storia”, ad un’altra rivoluzione industriale e tecnologica che sta trasformando la geografia delle produzioni, e che sta ai giovani imprenditori indicare un nuovo senso di marcia, un nuovo futuro di produzione e di sviluppo. Qual è questa direzione?
“Il sistema imprenditoriale italiano si trova oggi ad affrontare il momento più difficile della sua esistenza, a causa di una specializzazione produttiva rimasta ferma negli ultimi vent’anni.
Per vincere la sfida dell’economia globale, è necessario che la nostra generazione di imprenditori compia un vero e proprio salto culturale, adottando all’interno delle aziende una ‘strategia dell’apertura’ nei confronti di manager e capitali esterni, che consenta di arricchire le competenze e le risorse finanziarie delle famiglie imprenditoriali, dotandole di strumenti adeguati per innovare e internazionalizzare le nostre produzioni”.
In una recente intervista, evidenziava come un fattore critico il sorpasso dei senior sui giovani, e contemporaneamente, un deficit di qualità nella formazione dei giovani italiani. Ma la situazione attuale dipende dai senior, che non vogliono passare il testimone, o dalla mancanza di giovani che sanno dove condurlo?
“Credo che l’Italia soffra di una ‘gerontocrazia’ che – in tutti gli ambiti – frena il passaggio delle responsabilità tra generazioni e l’affermarsi di visioni innovative. A ciò corrisponde, d’altro canto, un deficit di qualità nella formazione dei giovani italiani, che rischia di impoverire a medio-lungo termine il nostro capitale umano e la capacità competitiva del sistema Italia. Se questa è la situazione complessiva, non mancano tuttavia elementi di speranza. Una recente ricerca dello Sda Bocconi, ad esempio, sottolinea come tra gli imprenditori italiani che sono stati in grado di realizzare le performance più rilevanti di crescita aziendale, spicca una categoria di giovani emergenti – nati tra il 1960 e il 1975 – protagonisti di un ricambio generazionale decisivo per il futuro del nostro sistema produttivo”.
Chi è il Giovane Imprenditore, oggi? E’ possibile tracciarne un profilo? E quale dovrebbe essere il suo ruolo?
“Il Giovane Imprenditore di Confindustria è un giovane consapevole – al tempo stesso – delle proprie responsabilità aziendali e della propria funzione sociale, che cerca di ispirare strategie e azioni ai valori del mercato, del merito, dell’etica della trasparenza. I Giovani Imprenditori hanno un alto livello di preparazione – il 50% sono laureati – e ricoprono nella maggior parte dei casi un incarico di vertice all’interno dell’impresa di famiglia. All’interno del nostro Movimento sono aumentati notevolmente negli ultimi anni gli imprenditori di prima generazione – che ormai rappresentano il 20% degli iscritti – e le donne, chiamate oggi con grande frequenza a ricoprire ruoli di vertice a livello territoriale, regionale e nazionale”.
L’impresa familiare rappresenta indubbiamente una risorsa, ed una sicurezza, ma presenta anche dei punti deboli. Quali potrebbero essere le strategie che, a medio e lungo termine, possano valorizzare questa peculiarità del sistema imprenditoriale italiano, senza sacrificare la competitività?
“Le famiglie imprenditoriali sono oggi il ‘motore primo’ dell’economia italiana e sono convinto che lo saranno ancora nei prossimi decenni. Ma – nonostante i successi del passato – questo modello potrà sopravvivere nel mercato globale solo a condizione di profonde mutazioni.
L’unica strada percorribile è stata tracciata dal Presidente Montezemolo nel suo discorso di insediamento alla Presidenza di Confindustria: ‘la famiglia resta il fulcro dell’economia, ma la famiglia imprenditrice non può essere una famiglia come le altre: essa deve avere la capacità di distinguere quando parla come proprietà e quando come gestione d’impresa, e deve conquistare una cultura manageriale che è necessaria per crescere’”.
Qualche anticipazione sul prossimo incontro di Capri?
“Il Convegno di Capri (7-8 ottobre prossimi), giunto alla sua ventesima edizione, sarà dedicato a tracciare un profilo dell’Italia del futuro e del modello di governance che ne consentirà il rilancio nel mercato globale”.
Spassionatamente, qual è il più grande difetto dell’attuale classe politica?
“Credo siano evidenti e trasversali nel mondo politico, oggi, il deficit di visione e la mancanza di una nuova idea d’Italia nel contesto globale. Spesso l’attenzione viene rivolta più alla tattica quotidiana che ai cambiamenti epocali che stanno rivoluzionando la geografia economica, demografica e culturale del nostro pianeta”.
E, sempre spassionatamente, vorrebbe che la classe imprenditoriale fosse più…?
“Coraggiosa, per far ripartire l’Italia”.
Quali sono i programmi più immediati della sua Presidenza?
“Nel solco della nostra migliore tradizione intendiamo ‘volare alto’, affrontando i temi di frontiera dai quali dipenderanno le sorti del nostro Paese e dell’Europa nei prossimi anni. Al tempo stesso cercheremo di essere ‘concreti’, per tracciare le strade che possono consentire alle nostre imprese di recuperare competitività e di conquistare i nuovi mercati che stanno trainando lo sviluppo mondiale”.
Per la nostra rivista è una consuetudine chiedere agli ospiti delle interviste di chiudere con un messaggio positivo. Qual è il suo?
“Sono convinto che – dopo la crisi che ci ha investito nei primi anni del Duemila – l’Italia abbia un futuro come potenza industriale e ‘ponte’ culturale tra Nord e Sud del mondo. Dobbiamo però vincere la sfiducia per ricominciare ad investire”.
(Estratto da “Grosseto Impresa”, settembre-ottobre 2005)

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