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Buongiorno umanità
di Sergio Francioli, presidente Piccola Industria Grosseto

Quello che possiamo condizionare è il futuro. Perché siamo spaventati del passato e sull’orlo della crisi isterica per il presente? Abbiamo perso la fiducia in noi stessi e non troviamo una speranza a cui aggrapparci. Siamo sull’orlo di una involuzione che rischia l’implosione, perché non ragionare e affrontare l’unica cosa modificabile, il futuro? Come facciamo a dire ai figli che è bello essere nati? E’ proprio nei momenti di difficoltà che bisogna riuscire a vedere, con ancora maggiore chiarezza, i lati positivi, le risorse, le possibilità. La speranza, in questo senso, non è solo un sentimento di attesa, ma una motivazione che agisce nel presente per cambiare il futuro.

Mi passino, i nostri lettori, il mio desiderio di condivisione, la voglia di trasmettere il mio pensiero, così come lo vivo e lo sento. So di avere uno stile non di semplice lettura, ma credo che a volte riuscire ad immedesimarci nel modo di pensare, e – in questo caso –, di scrivere, di un’altra persona, sia anche un modo per confrontarsi in modo più chiaro con i concetti che questa vuole trasmetterci. Parlerò di molti argomenti, di fede, di speranza, di valori che sono andati perduti, della famiglia, dello Stato, del bisogno di avere coraggio, di riprogettare il nostro futuro, della nostra umanità. Elementi che fanno parte di uno stesso disegno: i valori della società, i valori dell’impresa, i valori della famiglia, fanno capo alla persona, all’individuo nella sua umanità. La perdita della rotta, quindi, può passare da un settore all’altro, e trasformarsi nella perdita della visione di ciò che, in fondo alla rotta, ci aspettiamo di raggiungere. Ma è un cattivo navigatore colui che pensa che non c’è terra, se vede solo mare. Perciò, per non perdere la rotta, dobbiamo soltanto ricordarci di non perdere di vista l’obiettivo, e con esso, i valori che trasformano ogni obiettivo in una scelta di vita.
LA STRADA PERDUTA
“Nella fede ho ritrovato me stessa!”.“Negli ultimi trent’anni si è pensato al corpo in quanto materia”. Lo dice in un’intervista Rosa Alberoni, sociologa e scrittrice, presentando il suo nuovo romanzo “La Montagna di luce”, una storia d’amore e di amicizia, illuminata da un’intensa ricerca spirituale. La richiesta di libertà degli anni ’70 ha portato alla ribellione verso un mondo ancora troppo rigido e privo di infrastrutture moderne che potessero supportare, insieme alla consapevolezza di essere degni della libertà, il bisogno di non sconfessare il passato pieno di distinguo e carico di impedimenti, in quanto è e sarà le nostre radici. Ci si è costruito sopra un’impalcatura che non ha retto. Si è chiesto libertà, anche dalle regole. Poi i primi segni, affrontando il futuro in modo disinvolto, ha fatto pensare che questa fosse modernità: era l’inizio della corruzione. L’anima e i sentimenti erano d’ingombro, la serietà e l’onestà, accessori per chi se li poteva permettere. I valori dei fondatori dell’Italia del Dopoguerra venivano intesi come espressione di sentimentalismo, le emozioni che avevano trascinato le persone a combattere contro l’invasore, invece di far venire in mente Garibaldi e la sua determinazione, facevano affiorare un senso di colpa per l’essere stati troppo generosi, come fosse la prova che sei stato troppo buono, quel modo di essere troppo buono che quasi fa sembrare un po’ fessi. Chi è stato a stravolgere il concetto di famiglia, di unione? Libero amore, era lo slogan, ma l’amore pone grandi vincoli, e questi facevano paura.
LA PAURA DEL FUTURO
Sconforto-senza conforto, questa è la constatazione di quello che ci è capitato fra capo e collo. Le radici sono ingombranti, il fusto malato, come potranno svilupparsi i rami e le foglie? Quale frutto può dare quest’albero?Non aveva nessuno che lo curava, che lo accudiva, c’era solo voglia di disboscamento, di ampi spazi, di libertà di movimento.“Tutto a tutti”, come se i privilegi non avessero bisogno di chi si obbliga per i privilegiati. Ora c’è da ricostruire, ci vuole una gran fede, sguardo determinato, obbiettivi condivisi, e via andare! Chi si ferma perde il treno! Questa è la ricerca del nuovo, di chi innova il pensiero, prima di tutto, questo può innovare le cose, il percorso, il prodotto, in caso contrario si troverà nello sconforto. Non ci può dare una mano lo Stato, è l’ultimo degli innovatori!Come può innovare colui che riceve il salario solo per la sua presenza sul lavoro? Oggi imperano l’efficacia e l’efficienza, obiettivi pensati e determinazione. Chi può avere questi bisogni, in un’organizzazione politica? Dobbiamo procedere al cambiamento e non a frenare questo universo per riavviarlo in un’altra direzione.
DISEGNARE UN FUTURO DIVERSO
La cosa indispensabile è il pensiero e il pensare, sfruttiamolo per disegnare il futuro, prima che sia troppo tardi. Ancora si crede che il potere stia nei soldi che vengono dallo sfruttamento del cittadino, vessandolo con concessioni, servizi di nettezza urbana, distribuzione dell’acqua o quant’altro lo fa assoggettare ad un tributo. È l’ora di smettere, con questa visione del futuro. Il cittadino se ne andrà dove ha meno obblighi, si libererà delle pastoie, in un modo o nell’altro, perché se così non fosse gli crollerebbe tutto addosso.
RIPROGETTIAMO IL MONDO
Invece di sconforto, dobbiamo sapere cosa vuol dire consapevolezza! Dobbiamo impegnarci a dare maggiore valore aggiunto a quello che facciamo, insistendo con forza a migliorare la gestione. Se non avremo grande partecipazione da parte di tutti, ognuno consapevole dalla propria importanza e del proprio ruolo, tutto e tutti saranno in decadenza. Questo mondo deve essere riprogettato da noi, perché noi siamo i protagonisti del nostro tempo. Nessun altro può farlo per noi. Non aspettiamo con le mani in mano. Progettiamolo subito, con foga, in modo che si soffra per un minor tempo. Dobbiamo prospettare un nuovo cammino verso il nuovo rinascimento. Le nuove risorse hanno bisogno di lavoro, di un disegno che convinca, che permetta di essere apprezzato. I giovani devono poter dire: “Vengo anche io!”. I sogni vanno promossi e fatti diventare realtà.
BUON GIORNO UMANITÀ
Mi esalto sempre un po’, quando penso al futuro e parlo delle prospettive che si devono proporre ai giovani, mi adeguo con convinzione per convincere le nuove leve. Utilizziamo i sentimenti, un grande sogno, messaggi cadenzati come tanti segnali in modo che non si perda il percorso. La strada è ardua, ma l’unica percorribile. Chi si piange addosso, perde tempo. Non si è mai visto un moto popolare correre contro i grandi messaggi. C’è sempre stata ritrosia, incuria o del tutto opposizione per i falsi profeti. Non si può riproporre la solita minestra, chi ha i privilegi li deve lasciare, chi non si merita la sua posizione deve farsi da parte, anche i babbi forse sono obsoleti, dovranno aver fiducia nei figli, sono il loro unico futuro. Meglio impegnarsi a far fruttare quello che abbiamo, che arrovellarsi a rimpiangere quello che abbiamo distrutto. Viva l’Italia dei giovani!
(Estratto da: “Grosseto Impresa”, luglio-agosto 2005)

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Buongiorno, umanità


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