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Sull’attuale crisi economico finanziaria molto si è detto e scritto in relazione all’incapacità dell’Unione europea di svolgere un ruolo di coordinamento effettivo delle varie iniziative nazionali. Gli interventi nazionali, rivolti prima al settore bancario e in seguito alla cosiddetta “economia reale”, hanno preso il sopravvento rispetto ad una risposta “europea” o ad un coordinamento più incisivo. Ma cosa è stato fatto concretamente? Un primo pacchetto riguarda le politiche relative alla politica di concorrenza, in particolare in materia di aiuti di Stato. La Commissione europea ha deciso di ricorrere ad una clausola poco utilizzata del Trattato, l’Art. 87.3, lettera b) che prevede la possibilità di autorizzare aiuti di Stato per porre rimedio ad un grave turbamento dell’economia. L’obiettivo è stato duplice: adeguare le regole degli aiuti di Stato per ampliare le possibilità d’ intervento a sostegno dell’economia in crisi; evitare che gli Stati membri per far fronte alla crisi procedano con misure comunque “sproporzionate” e distorsive della concorrenza nel mercato interno. Sono state adottate a tal fine nuove linee guida sugli aiuti al settore finanziario nel periodo di crisi; una comunicazione sulla ricapitalizzazione degli istituti finanziari, e una revisione della regolamentazione orizzontale degli aiuti con misure speciali che resteranno in vigore per due anni. Tra le più importanti misure figura la possibilità per le amministrazioni pubbliche degli Stati membri di concedere 500.000 euro per impresa entro fine 2010. Il tentativo di mantenere un minimo comune denominatore dunque c’è stato anche se, nei fatti, l’approvazione dei vari pacchetti nazionali sotto forti pressioni politiche e in procedura di urgenza (talvolta in appena 24 ore) non poteva permettere un’analisi accurata e approfondita delle misure notificate. Resta il fatto che per i paesi con meno disponibilità di bilancio questi interventi si traducono inevitabilmente in uno svantaggio competitivo rispetto a quelli che dispongono di un maggiore margine di manovra. Un secondo pacchetto di interventi è stato adottato nel contesto del cosiddetto Piano anti crisi adottato dalla Commissione a fine novembre. Due pilastri fondamentali: da un lato, l’invito agli Stati membri a promuovere politiche espansionistiche di tipo fiscale (la Commissione propone 1,2% del PIL dell’Ue) nel quadro delle flessibilità previste dal Patto di stabilità; dall’altro, il richiamo ad andare avanti con le riforme di Lisbona, sollecitando gli Stati membri a non concentrasi solo su misure anticicliche di breve periodo ma a portare avanti le necessarie riforme strutturali e a mirare gli investimenti all’obiettivo dello sviluppo sostenibile. Il piano prevede tutta una serie di interventi di adeguamento di strumenti già in essere (flessibilità nella spesa dei Fondi strutturali, Fondo di globalizzazione, interventi della BEI) e, principale novità, l’utilizzo di 5 miliardi non spesi sulle linee del bilancio agricolo per opere infrastrutturali nel settore energetico e della banda larga. Una misura questa che sta suscitando non pochi dubbi a causa di una ripartizione poco trasparente e geograficamente sbilanciata dei fondi che rischia di penalizzare particolarmente il nostro Paese. Alla luce di quanto sopra si potrebbe certamente dire che si poteva fare di più. Ma la storia non si fa sui “se”: se la Commissione fosse stata politicamente più forte; se non fosse stata a fine mandato, ecc. Al di là degli uomini o delle circostanze, sarà importante vigilare affinché l’effetto di questa crisi non sia quello di mettere a repentaglio alcuni principi cardine della costruzione europea, a partire dal mercato interno e dalla politica della concorrenza. Sarà quindi importante vedere come in un futuro prossimo, le istituzioni comunitarie rinnovate (elezioni del Parlamento europeo a giugno e rinnovo della Commissione a seguire) riusciranno a ricucire, a ripartire. La storia ci insegna che i periodi di crisi hanno spesso stimolato un’accelerazione del processo di integrazione europea.