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La politica euro-mediterranea è sempre stata di grande importanza per il nostro Paese, che per note ragioni geografiche e storiche ha legami fortissimi con la sponda sud del Mare Nostrum. Questi legami costituiscono un’opportunità importante da cogliere, soprattutto per il nostro Mezzogiorno, che potrebbe diventare la piattaforma logistica per i flussi commerciali dell’area. Tuttavia, nonostante le azioni intraprese dai singoli Paesi europei (segnatamente l’Italia) e dall'Unione, negli ultimi anni l’area del Mediterraneo non ha beneficiato compiutamente del processo di integrazione commerciale mondiale. Uno dei punti dolenti, infatti, è rappresentato dalla scarsità degli investimenti diretti esteri, pressoché irrilevanti rispetto a quelli destinati alle economie emergenti dell’Asia o dell’America latina. Inoltre, l’economia dei Paesi dell’area cresce ad un tasso insufficiente mentre, per soddisfare la domanda annuale di nuovi posti di lavoro nell’area, servirebbe una crescita annuale pari al 6/7 % del PIL. Per di più, i rapporti tra gli Stati delle due rive non hanno dispiegato fino in fondo le loro potenzialità. Il cosiddetto processo di Barcellona, lanciato nel 1995, ha istituito un quadro stabile per le relazioni politiche, economiche e culturali tra l’UE e i suoi partner del Nord Africa e del Medio Oriente. Tuttavia, il suo principale obiettivo - la creazione entro il 2010 dell’area di libero scambio euro-mediterranea, potenzialmente il più grande mercato comune del mondo – non sarà raggiunto. Perché il processo di Barcellona ha fallito o comunque non è stato il successo auspicato? In parte, per una certa disattenzione da parte europea, più focalizzata in questo ultimo decennio sul grande progetto di allargamento verso Est. In parte, per responsabilità dei paesi partner mediterranei: alcuni restii ad aprire le loro economie e a rimettere in discussione talune posizioni di rendita; tutti pressoché reticenti a portare avanti il processo di liberalizzazione degli scambi tra loro mentre la liberalizzazione Sud-Sud è indispensabile per l’istituzione di un’area commerciale genuinamente integrata. Peraltro, le tensioni politiche regionali, prima fra tutte il travagliato processo di pace in Medio Oriente, hanno senz’altro svolto un ruolo di freno all’integrazione. Tredici anni dopo la conferenza euro-mediterranea di Barcellona, occorre fare un bilancio. Alcuni paesi dell’area come Tunisia, Marocco o Giordania sono più avanti sulla strada dell’apertura economica rispetto ad altri come Algeria o Siria. In ogni caso, quasi tutti sembrano privilegiare le loro relazioni bilaterali con l’UE - o con alcuni Stati membri - piuttosto che un vero progetto euro-mediterraneo integrato. Insomma, l’Europa può e deve fare di più ma in ultima istanza è necessaria una volontà politica condivisa. In questo senso, merita attenzione il programma della prossima presidenza francese dell’UE di istituire un’Unione per il Mediterraneo complementare al processo di Barcellona. La proposta del Presidente Sarkozy ha avuto il grande merito di dare ossigeno a un dibattito asfittico e di rinnovare le energie. Ma per evitare di ripetere gli errori del passato, o di creare l’ennesimo contenitore vuoto, sarà importante concentrarsi su progetti operativi come la realizzazione delle grandi reti infrastrutturali di collegamento o l’urgente completamento dell’area di libero scambio. Peraltro, solo attraverso un utilizzo più strategico degli strumenti di assistenza finanziaria ai fini dell’internazionalizzazione e del trasferimento tecnologico, sarà possibile attivare quel protagonismo delle imprese necessario al successo del progetto euro-mediterraneo.Andrea Moltrasio