In una sentenza del 3 ottobre u.s. nella causa C-475/03, la Corte di giustizia di Lussemburgo ha giudicato l’Imposta regionale sulle attività produttive (Irap) compatibile con la normativa comunitaria in materia di Iva.
La Corte di Giustizia ha ricordato la funzione dell’Iva come strumento fiscale sostitutivo delle imposte sulla cifra di affari in vigore negli Stati membri, e di conseguenza l’incompatibilità col diritto comunitario del mantenimento o dell’introduzione di tributi che abbiano le stesse caratteristiche di un’imposta sulla cifra di affari.
In un’analisi sulle caratteristiche tra i due tributi, emerge la differenza tra Iva e Irap. La prima, in un sistema comune, si applica alle operazioni sui beni e sui servizi in modo proporzionale agli stessi e può essere riscossa in tutte le fasi del procedimento di produzione e di distribuzione; inoltre il peso dell’imposta ricade sul consumatore.
La seconda (Irap) é calcolata sul valore netto della produzione (valore di produzione meno costi di produzione) nel territorio di una regione in un determinato periodo e comprende elementi, quali variazioni di rimanenze, di ammortamenti e svalutazioni, che non hanno una relazione diretta con le forniture di beni e servizi. Inoltre il soggetto passivo non può mai determinare nella sua interezza l’importo dell’Irap, perché già compreso nel prezzo di acquisto di bene e servizi.
In sintesi, si evince che l’Irap non essendo proporzionale al prezzo dei beni e servizi forniti e non essendo posta a carico del consumatore finale, non può essere considerata un’imposta sulla cifra di affari ai sensi della sesta direttiva. Ne deriva che l’Irap é compatibile con la sesta direttiva Iva e può essere mantenuta.
L’ufficio statistico delle comunità europee, Eurostat, ha pubblicato recentemente un’indagine contenente dati aggiornati sui tassi di occupazione in seno all’UE nel 2005. Dall’indagine risulta che, in tale anno, il tasso d’occupazione totale della popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni è stato del 63.8% (contro il 62.4% nel 2000 e il 63.3% nel 2004), quello delle donne del 56.3% (contro il 53.6% nel 2000), quello delle persone in età compresa fra 55 e 64 anni del 42.5% (contro il 36.6% nel 2000). I principali capitoli dell’indagine riguardano:
- Il tasso d’occupazione fra i 15 e i 64 anni: il tasso di occupazione più elevato in questa fascia di età è stato registrato in Danimarca e Olanda (rispettivamente 75.9% e 73.2%). La percentuale registrata in Italia è del 57.7%. I paesi con il più alto tasso di occupazione femminile sono Danimarca e Svezia (71.9% e 70.4%), mentre Malta, Italia, Grecia e Polonia sono quelli in cui l’occupazione femminile è più debole (rispettivamente 33.7%, 45.3%, 46.1% e 46.8%).
- Il tasso di occupazione a tempo determinato: nel 2005, una media pari al 14.5% dei lavoratori occupava un posto di lavoro a termine (contro il 13.7% del 2004). Il tasso di occupazione a termine appare leggermente più elevato nelle donne (15%) che negli uomini (14%).
- Il tasso di disoccupazione: nel 2005, il 18.3% dei disoccupati rappresenta la percentuale di coloro che non hanno mai occupato un posto di lavoro. Per quanto riguarda la disoccupazione di lunga durata emerge invece che il 4.1% della popolazione attiva risulta priva di occupazione da più di un anno.
- Il tasso di occupazione nel settore dei servizi: nel 2005, due terzi dei posti di lavoro esistenti nell’UE riguardavano il settore dei servizi (56.3% degli uomini e l’81.9% delle donne sono occupati in tale settore).
Il testo integrale dell’inchiesta, pubblicata l’11 settembre u.s. nella serie “Statistics in Pagina 2 di 11 Confindustria - NEWSLETTER: Europa per le imprese - Ottobre 2006 - n.43 focus” (n.13/2006), è disponibile al seguente link:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-NK-06-013/FR/KS-NK-06-013-FR.PDF